La “buona scuola”? – parte 1

La scuola, si è capito, è un argomento che ritengo di enorme importanza. Oggi, per continuare a parlarne, ospito su questa pagine un’amica, Camille Ferond. Nata in Belgio, ha studiato prima lì e poi negli Stati Uniti e infine ha preso la cittadinanza italiana. In Italia vive e lavora da molti anni ed ha avuto modo di conoscere molto da vicino il sistema scolastico, seguendo e partecipando attivamente all’istruzione dei figli, dalle primarie fino al termine delle scuole superiori.
Da alcuni mesi è coinvolta in gruppi di discussione ed eventi sul sistema scolastico facilitati da un progetto Erasmus+ (http://www.erasmusplus.it ), iniziativa di cui comincia a parlarci nel post odierno.

“La conversazione, partita con l’appello di Renzi al un dialogo sulla Buona Scuola (http://passodopopasso.italia.it/video/la-buona-scuola), si svolge in modo innovativo attraverso gruppi di lavoro composti da genitori, allievi e docenti. Vedendo gli attori, mi viene subito una considerazione: dove sono i datori di lavoro? Procedendo all’ottimizzazione del sistema scolastico ignorando le esigenze del mercato del lavoro, si corre il rischio di perpetuare una situazione di disallineamento tra competenze disponibili e competenze vitali alla sostenibilità delle imprese Italiane.
Se è vero che per cambiare il sistema scolastico bisogna pur cominciare da qualche parte e che una buona alfabetizzazione contribuisce al valore del capitale umano nell’impresa, il fatto che numerosi datori di lavoro non trovano i profili giusti – da panettieri e falegnami, a figure tecnologiche ad alta specializzazione in informatica, ingegneri, meccanici e tecnici della sicurezza sul lavoro – a fronte di un tasso disoccupazione del 12,9% (il più alto dal 1977) sottolinea l’urgenza di parlare della scuola nel suo ecosistema più ampio, coinvolgendo anche la componente datori di lavoro.
Il paradosso del mercato del lavoro Italiano è l’esigenza di numerose PMI che devono competere su un mercato in sempre più rapida evoluzione con prodotti di alta qualità (sempre più tecnologici e avanzati) nonostante la carenza di risorse formate all’innovazione, alla flessibilità ed alla capacità di fare squadra a tutti i livelli. Si pensa che questo disallineamento tra le competenze e l’offerta sia dovuto alla mancanza di strumenti che favoriscono l’incontro tra allievi (anche prima del diploma) ed il mondo del lavoro e/o all’utilizzo inefficacie di strumenti esistenti. La relativa scarsità di livello avanzato di educazione rispetto ad altri paesi Europei è legata al fatto che l’educazione avanzata in Italia non garantisce l’accesso a impieghi redditizi o il loro mantenimento, penalizzando ulteriormente la nostra economia.
Da una parte, gli allievi stentano a trovare l’entusiasmo per lo studio ed hanno difficoltà ad orientarsi negli studi superiori attraverso stage/apprendistato che potrebbero conferire l’esperienza su un processo ed un ambiente produttivo specifico. Dall’altra parte, il sistema impresa – in particolare le PMI, matrice dell’economia Italiana – soffre della carenza di risorse agili. Perciò il legame debole tra scuola e lavoro è particolarmente penalizzante per l’economia Italiana in questo periodo storico, dove la capacità di innovare è il motore principale della crescita economica.”

Appuntamento alla prossima settimana per la seconda parte.

3 pensieri su “La “buona scuola”? – parte 1

  1. Reputo da imprenditore che ad un tavolo di lavoro serio organizzato dallo stato non verranno mai invitati i piccoli e medi imprenditori. questo perché sono tra i pochi che hanno una visione di prima mano del mercato e della società come ambiente produttivo.
    al massimo (giusto per far scena) verranno invitati Marchionne o Montezemolo o qualche loro altisonante amico.
    personaggi che non hanno mai vissuto a contatto con il tessuto imprenditoriale italiano così da calarsi nelle migliaia di realtà piccole e microscopiche che solo il nostro paese possiede.
    un piccolo imprenditore farebbe immediatamente capire che gli sforzi dovrebbero andare da subito ( dalle scuole secondarie) in direzione di percorsi di apprendimento scolastico e tirocinio formativo in azienda.
    oggi una famiglia vede come un ‘onta mandare il proprio figlio ad una scuola professionale mentre un liceo è il massimo.
    si ha così che solo chi “non ha voglia di studiare” fa questi percorsi.
    addirittura anche chi fa scuole come lTIS viene visto con sufficienza come uno studente di serie B.
    non ci si lamenti però se poi il 43% dei giovani sotto i 25 anni è disoccupato e la maggior parte percepisce meno di 1000 euro al mese perché assunto come tirocinio professionalizzante (abbiamo i tirocinanti più vecchi del mondo) e gli stipendi netti tra i più bassi dell’UE.

    quando però personalmente parlo di queste cose molti mi additato come un boia approfittatene che farebbe lavorare anche un 14enne.
    vivo a 250 metri dalla Svizzera che è un paese che basa tutto il suo tessuto industriale su un sistema simile.
    i ragazzi iniziamo a 14-15 anni a lavorare retribuiti (poco) durante la scuola. a 18 iniziano il lavoro “serio” e a 22 hanno stipendi che fanno impallidire molti nostri quadri dirigenti.

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    • Ciao Riccardo.
      In linea generale concordo con quello che scrivi. Da ex-liceale però non posso essere pienamente d’accordo con quello che dici su licei vs ITIS. In questo paese anche gli ITIS sono “scollati” dal tessuto imprenditoriale e non è poi tanto vero che i ragazzi che escono da lì hanno competenze adeguate e sono pronti per il mercato del lavoro. Di contro, una scuola come il liceo ti da metodo e apertura mentale, cose altrettanto importanti per chi deve affrontare l’esperineza lavorativa. Semmai la questione è che anche per i liceali dovrebbero essere previsti dei tirocini e delle esperienze lavorative durante gli anni di studio, ma non cose “pro-forma” utili solo ai crediti scolastici e robe simili, bensì esperienze “vere” che facciano curriculum in senso “reale”, ovvero che avvicinino concretamente gli studenti alla realtà lavorativa permettendo loro di capire cosa le aziende richeidono e iniziando a fare loro acquisire le competenze necessarie.

      Grazie del tuo commento che potrà innescare una vera discussione, se questo argomento è sentito dai follower come parrebbe…

      Buona giornata

      Simona

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    • Ciao Ricardo,

      Di fatto come avrai potuto vedere nella seconda puntata di questo blog, non consiglio di aspettare inviti governativi. Credo che l’avvicinamento tra piccoli imprenditori, squisitamente a contatto con il polso della situazione, può accadere in modo più spontaneo essendo nell’interesse reciproco delle parti. E poi ora basta con la passività. E’ veramente ora di essere il “cambiamento che si vuole vedere nel mondo” come diceva Gandhi.

      Come Simona, sono anche io, dell’opinione che lavorare forma e che tutti dovrebbero avere occasione di mettersi alla prova in un contesto lavorativo indipendentemente del fatto che facciano un liceo o una scuola professionale e che siano “destinati” all’università o meno. Riguardo all’ombra che grava sulle scuole professionali, credo che sia in parte dovuta a una cultura elitista che da più importanza a una certa immagine del successo, a prescindere del benessere che ragazzi ben orientati (dalle medie) possono trovare (e generare) in un percorso vocazionale appropriato ai loro talenti e alla loro predisposizione.

      Più che fonte di orientamento e incoraggiamento molti ragazzi percepiscono la scuola come qualcosa fatta per erodere l’autostima di chi non corrisponde ad un certo modello. Una scuola creata per la produzione di massa non tollera e non sa cosa fare di “alternative creative”. Immaginiamo, però, una scuola che invece di umiliare i ragazzi li incoraggi per avere avuto più di “zero” e, non solo, che premi ulteriori tentativi di migliorare. Immaginiamo una scuola che svolga il suo compito di guidare i ragazzi al raggiungimento di voti alti in tutte le materie, mediante possibilità di tentativi multipli, in modo che i ragazzi trovino ognuno il proprio ritmo (perché non acquisire un buon livello di competenze in ogni materia della scuola dell’obbligo potrebbe chiudere porte precocemente per motivi sbagliati). Immaginiamo una scuola che si interessa all’esperienza dell’utente (a differenza delle aziende, la scuola non sembra volere sapere della “customer experience” anche se sarebbe un dato di crescita vitale all’evoluzione della scuola stessa!).

      Ho visto tanti ragazzi perdere passione per una materia che amavano a causa di un docente che non ha saputo cogliere la loro passione o perché appassionati “ne sapevano già troppo” e la lezione noiosa ha frustrato il loro interesse. Una scuola che da veramente ascolto alle espressioni di interesse dei ragazzi, non solo attraverso i voti, non li umilierà perché “sono chi sono” ma li aiuterà a scoprire loro stessi e ad apprezzare ciò che hanno da offrire al mondo.

      Mi sembra anche un pò eccessivo aspettarsi che ragazzi di scuole professionali, senza occasione di mettersi alla prova sul campo, durante gli studi e senza prospettive dopo, dimostrino vivace curiosità e conseguente serietà che da tale curiosità è motivata. Dopo un pò sembra tutto una presa in giro ed è difficile dar torto ai ragazzi che durante le lezioni lanciano aeroplanini e ascoltano musica. Ignorare questo segnale che qualcosa non quadra esaspera solo la situazione e la reputazione delle scuole professionali, che dovrebbero essere il luogo in cui i ragazzi possono sentirsi spronati dalla vicinanza con il mestiere che pensano di volere fare per tutta la vita – una vera occasione!

      Sono anche d’accordo che c’è una cultura dei genitori troppo “protettiva” verso i ragazzi, che toglie loro occasioni di crescita pur di non farli lavorare (come se le condizioni di lavoro fossero dure e pericolose come all’inizio della rivoluzione industriale). A chi punta il dito dicendo “boia” ai datori di lavoro giovanile credo che la storia della nostra generazione dovrebbe servire d’invito a un buon esame di coscienza. Avessero detto a tanti, quando avevano 14, che avrebbero dovuto posticipare la loro vita da uomini (e donne), rimanendo a casa dei genitori oltre i 35 anni, perché non in condizione di pagare un affitto e ancor meno di sposarsi e mettere su famiglia, perché disoccupati o precari per poi essere etichettati da “bamboccioni” come se fosse quella la loro vocazione scelta, penso ci sarebbe stata una più sana ribellione adolescenziale.

      E’ la prima volta nella storia del mondo che una generazione sta crescendo in un mondo cosí drasticamente diverso da quello dei genitori; dove tutto e così connesso che quello che succede in una parte del mondo ha effetto su tutto il resto; che le cose cambiano a una velocità e su una scala mai vista prima e che i ragazzi hanno a disposizione mezzi tecnologici che i leader e professionisti di un tempo neanche potevano sognarsi. Non metterli in condizione di esprimere la loro naturale abilità coi mezzi tecnologici, i loro talenti e aspirazioni in un contesto lavorativo dove possono contribuire all’innovazione mentre sono freschi, pieni di energia e creatività è un altro scacco all’innovazione, alla competitività e al benessere nazionale.
      Grazie per il tuo commento
      Camille.

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