Siamo studenti o cittadini?

Procedendo senza demordere col riordino, sull’onda dell’entusiasmo derivatomi dalla lettura del libro di Marie Kondo, finito di sistemare vestiti-borse-scarpe…sono arrivata alle carte e ai ricordi. Ed ecco saltar fuori un vecchissimo numero del giornalino del Liceo Scientifico “M. Curie” (di Meda – MB, allora MI), che data Maggio-Giugno 1992, n.3.
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Lo apro, sfoglio, leggiucchio e mi imbatto in un articolo (IL MALE DELLA SCUOLA), che voglio integralmente riportavi di seguito, perchè mi sembra che le riflessioni contenute possano essere ancora attuali e anche perchè -lo confesso- allora leggendo sottolineai le ultime quattro righe di quell’articolo e, a distanza di oltre vent’anni, oggi risottolinerei le stesse (infantile, incurabile sognatrice, ottimista fuori moda? Fate voi). L’autore è un certo Stefano della classe 5^E di allora, che ammetto di non ricordare assolutamente. Però se per caso costui leggesse e si riconoscesse lo invito a farsi vivo.

Nello scrivere questo e i precedenti articoli, mi sono sempre chiesto a chi e per che cosa potevano servire; se, in sostanza, le riflessioni che trovano posto nel giornale della scuola potevano essere lo spunto per un coinvolgimento più ampio.
in realtà di partecipazione ce n’è stata molto poca, se non quasi nulla. Di fronte ad una situazione di questo tipo viene naturale accusare la mancanza di responsabilità, di interesse, di iniziativa di studenti che, essendo anche membri di una società non proprio ideale, un qualche interesse sulla realtà che sta fuori dalla scuola dovrebbero averlo.
Ma se una reazione di questo tipo è la più naturale, forse non è la più razionale.
Voglio dire che sarebbe opportuno tentare di capire le cause che stanno dietro ad un così diffuso, anche se indubbiamente non assolutizzabile, disinteresse. E fra tutte le cause presenti, una mi sembra particolarmente interessante e in genere poco analizzata: quella legata alla nostra formazione culturale.
Ritengo infatti che le ragioni di un tale stato di cose siano rintracciabili proprio nel modo in cui fin da bambini siamo stati educati, non solo dalla famiglia ma anche (ed è questo che a noi qui più interessa) dalla scuola. Voglio dire, cioè, che se adesso questa è la nostra mentalità (nel complesso poco sensibile alle problematiche sociali), probabilmente e generalmente è perchè di un certo tipo è stato il nostro percorso formativo, poco attento ad educarci su valori di cittadini oltre che di studenti.
Se per noi, cioè, è naturale vedere la scuola solamente come un luogo dove si va a studiare, dove si è interrogati e basta, ciò dipende dal fatto che per noi è sempre stato così; nessuno ci ha insegnato a vedere la scuola come un luogo dove è possibile un incontro di tipo alternativo a quello solito.
Proviamo ora a riflettere su un altro dato.
Nella gerarchia di doveri di un buon studente, indubbiamente lo studio occupa il primo posto; in altre parole la scuola ci insegna che per essere buoni studenti dobbiamo studiare e preparaci costantemente. Questo vuol dire, sempre per il bravo studente, far gravitare ogni sua altra attività intorno a quella che ritiene più importante, cioè lo studio, magari sacrificandone altre che, nella sua prospettiva, non solo non tornerebbero direttamente utili per il fine che si è proposto ma addirittura potrebbero togliere tempo alla sua attività primaria. E questo è un punto. Secondariamente, un tale stato di cose porta inevitabilmente, col passare degli anni, a cristallizzarsi su una tale gerarchia di valori, formandosi, cioè, una mentalità secondo la quale si arriva ad identificare il nostro “essere” con l’essere studenti, con tutta la gamma di prospettive che ciò comporta. Sempre nella nostra mentalità, quindi, l’impegno civile non potrà essere equiparato a quello scolastico, proprio perchè fin dagli inizi della nostra formazione non è rientrato nell’ambito dei nostri doveri.
Molto concretamente questo vuol dire che nessuno dovendo preparare una certa materia deciderà invece di partecipare, ad esempio, ad una assemblea o altro del genere (c’è sicuramente chi magari non studia per divertirsi, ma questo, evidentemente, non rientra nel nostro discorso). E questo capita in gran parte perchè il valore “impegno civile” nel corso della nostra formazione non ha acquisito la stessa importanza di quello “impegno scolastico”; magari qualcuno ha tentato di insegnarcelo ma tanto poi il voto per aver fatto qualcosa di concretamente utile per la società non lo prendevamo, mentre il quattro per non aver studiato sì. Si tratta quindi del sistema nel suo complesso che non funziona, e che occorre, pertanto, di una sostanziale modifica.
E’ ovvio che una considerazione di questo tipo non esaurisce la problematica della questione nè, per altro, vuole essere una sorta di deresponsabilizzazione per nessuno.
Si tratta, invece, di capire come la nostra società vuole formarci e vedere se, in fondo, questa netta separazione fra mondo e scuola non è forse un modo per non destare più di tanto la coscienza sociale che ciascuno di noi dovrebbe mantenere sempre viva.
E’ un dato di fatto inequivocabile che da quando mettiamo piede in prima elementare fino a quando usciamo dall’università le nostre uniche preoccupazioni ruoteranno intorno allo studio e se qualcuno tenta di affacciarsi fuori da questo sistema lo fa a suo rischio e pericolo.
Ma questo discorso, in ultima analisi, porta a riflettere su noi stessi. Mi sono sempre chiesto cosa accadrebbe se ciascuno di noi decidesse di agire in modo un po’ più concreto nei confronti della realtà in cui vive. Cosa accadrebbe se ci convincessimo che quella di una società immutabile è solo un’illusione, una falsa verità insegnataci da qualche decrepito pessimista. Forse cominceremmo a cambiare prima di tutto noi stessi. Da questo a cambiare la realtà che ci circonda il passo è breve, più breve di quanto si possa pensare.

2 pensieri su “Siamo studenti o cittadini?

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