La “Galleria” – Omaggio a Milano

La Galleria Vittorio Emanuele II (che per tutti i milanesi è la “Galleria” e basta), è stata restaurata in occasione di  Expo 2015 e riportata ai fasti originari.
Per qualche notizia su questa parte di architettura cittadina, riporto poche righe da Wikipedia, con link sul nome dell’architetto che la realizzò (nel caso in cui qualcuno, come me, non lo conosca in dettaglio e sia curioso di saperne di più):
“La Galleria Vittorio Emanuele II di Milano è un passaggio coperto cruciforme e con un largo spazio ottagonale all’incrocio dei bracci, che collega piazza Duomo e piazza della Scala e, tramite i due corti bracci perpendicolari all’asse principale, le due laterali via Silvio Pellico e via Ugo Foscolo. Fu progettata dall’architetto Giuseppe Mengoni e realizzata a partire dal 1865″.
Per valutare invece gli esiti del restauro, credo che la cosa migliore sia andarci di persona. Io l’ho fatto la scorsa settimana, poco prima del tramonto, e mi ha stupita, avvolta, rapita… A voi confermare o smentirmi!
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I primi giorni di Expo

Il post di oggi vuole essere poco più di una nota.
Sono stata all’Expo il primo lunedì di apertura.
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L’esposizione universale era appena iniziata e già si erano dette mille cose e fatte mille e più polemiche, molte delle quali sul ritardo dei lavori e su come si fosse sistemato tutto in fretta e furia, magari anche in maniera un pò arraffazzonata, per poter in qualche modo finire in tempo per l’inaugurazione.
Da dentro, avendo uno sguardo appena un poco attento, in effetti si poteva notare che non tutto era proprio “finito finito”. Mi sono però accorta che a guardare con occhi curiosi tutto ciò che c’era intorno, si veniva rapiti, coinvolti e la curiosità e la voglia di vedere aumentavano, mentre il resto svaniva. Ho pensato che fosse giusto mettere in evidenza quello che non aveva funzionato nella preparazione di Expo e che però, forse, almeno per una volta, fosse meglio mettere da parte lo scontento e la polemica, farsi guidare dalla cuirosità, guardare tutto con gli occhi di un bambino e (se si era di Milano o dintorni) prepararsi ad accogliere i visitatori, per far loro scoprire oltre all’esposizione anche una città fatta di cultura, di storia, di parchi, di arte…E non solo di moda, industria, commercio, economia…
Passatemi la semplicità (direi quasi banalità) di questo post ma, da milanese, camminando per l’Expo ho sentito il “bisogno”, almeno per una volta, di essere orgogliosa della “mia” città, al di là delle polemiche, al di là della cattiva politica, al di là dei ritardi o delle soppressioni dei mezzi di trasporto. Perchè una città è fatta (anche e soprattutto) dei cittadini che la vivono e non può essere una “buona” città se nessuno l’apprezza, nessuno la stima.

Recupero vestiti, ovvero “indossare idee”

Recuperare, riciclare, ri-usare sono termini quasi inflazionati attualmente. Il significato che racchiudono è del tutto positivo, intendiamoci, ma pare che riciclare sia diventata una moda più che un atteggiamento consapevole adottato per importanti e fondati motivi. Resta comunque una cosa buona ma il timore è che, se si tratta di una moda, presto o tardi passerà. Staremo a vedere.
Comunque, nei primi anni ’90 (del secolo scorso) il recupero-riciclo-riuso non era ancora così in voga, io ero una liceale con un po’ di tempo libero e mia madre era una (poco più che) quarantenne brava, tra le altre cose, con ago, filo, macchina per cucire, modelli e…”pozioni” casalinghe (tipo il tè usato per tingere i pizzi…).
Capitava non di rado che, davanti ad un pezzo di stoffa avanzato da qualche precedente lavoro sartoriale o ad un vestito rovinato o che non gradivo più, mi venisse qualche idea (“una delle mie idee”, come diceva lei, quelle fatte apposta per procurarle del lavoro aggiuntivo). Così un giorno ho preso una maglia di contone nera che mi piaceva tanto ma su cui era finita della candeggina, l’ho riempita di nodi e l’ho consegnata a mamma perche facesse la “giusta” miscela di acqua calda e varechina e ce la immergesse per il “giusto” tempo (qualche anno dopo, da chimico, le miscele, diluizioni, reazioni in genere sarebbero diventate il mio pane quotidiano, ma al tempo della maglietta rovinata davo le dritte e stavo a guardare!).
Ne venne quello che a me allora, con molta presunzione giovanile, parve un capolavoro:
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Questa “opera di stintura” creativa è rimasta un caso unico.
Sovente, invece, mi è capitato di prendere foglio e matita, fare uno schizzo più o meno brutto (visto che non disegno granchè) e poi annunciare che bisognava tirarne fuori un modello in carta di dimensioni reali per realizzare il capo che avevo pensato.
Detto fatto ci si metteva all’opera e in breve un vecchio pantalone jeans diventava una minigonna, le pezze del cappotto realizzato dalla sarta diventavano un gilè e così via.
Un giorno vidi a scuola l’originalissima camicia di un mio compagno. Tornai a casa, presi un vestito dismesso a quadretti vichy e degli scampoli di tessuto (resto di qualche camicia su misura, credo) e poi “stressai” mamma all’infinito per convincerla di quanto fosse fantastica la mia idea. Durai una certa fatica, dato che cucire insieme decine di riquadri di cotone per ottenere un pezzo di stoffa sifficientemente grande non era il massimo del divertimento (!), ma alla fine la spuntai. Il capo che ne venne si può vedere qui sotto.
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Da parecchi anni nessuno lo indosssa più ma ancora esiste ed è in ottimo stato!

Ecco cosa ne è stato dei vecchi CD / DVD

La scorsa primavera pubblicai un post sulla storia di CD e DVD e sull’idea di impiegarli in maniera alternativa (alla discarica!) una volta non più utili per gli usi consueti.
In quell’articolo promettevo che a distanza di qualche mese avrei mostrato su questo stesso blog i risultati. Il tempo è passato, l’anno sta per finire e, prima che questo accada, è doveroso onorare la promessa.
Ecco che di seguito metto le foto di alcuni lavori fatti coi vecchi CD/DVD.
Fiocco-azzurro_01-02collage2Sono fiocchi per le nascite; decori di Natale da utilizzare per l’albero, le finestre, la porta o come biglietti-regalo (sì, perchè sul retro c’è il CD tal quale su cui, ovviamente si può scrivere); decori per altre festività o ricorrenze.
collage3E’ un primo esempio di impiego a cui ne stanno già per seguire altri…Questa però è materia per l’anno nuovo!

P.S.: ringrazio tutti coloro che hanno contribuito alla “campagna raccolta CD/DVD dismessi” e in particolare Stefano, il cui contributo è stato notevolissimo.

Tra sgorbia e stracantone: una storia di scalpelli

Sono disposti in file ordinate lungo tutto il vecchio banco da lavoro, accanto al mazzuolo di legno e alla carta vetrata a grana fine o finissima. Sono decine di scalpelli dalle forme più disparate: ci sono molte diverse sgorbie, con i loro profili taglienti curvi, lo stracantone, con il suo profilo a “V”, qualche scalpello grosso più della media (che si chiama bedano) e, a sovrastare tutto, la vecchia lampada alla luce della quale si intagliava anche quando il chiaro della finestra non bastava più.
StracantoneSgorbiaIl loro proprietario li ha salutati da quasi mezzo secolo, nella primavera del 1966. Negli anni, altri li hanno usati e poi, da qualche lustro, posati immobili su quel banco.
Lo scultore del legno che li ha scelti, acquistati, resi vivi sotto le sue sapienti mani, era mio nonno, un intagliatore appassionato del suo lavoro e dei motivi floreali che sapeva cavar fuori dal legno, dando vita a sinuosi rami, vivi bocciuoli, foglie e petali così definiti da sembrare veri.
Quest’uomo minuto non l’ho mai incontrato, ma sento e posso dire di averlo davvero conosciuto. Non è tanto attraverso i racconti che mi hanno fatto di lui (utili e importanti, senza dubbio) o le fotografie (supporto prezioso all’immaginazione), ma soprattutto grazie ai suoi lavori. Un mestiere può dire tanto di un uomo e un intaglio nel legno, se osservato con occhi attenti e percorso con mani curiose, racconta quanto fogli di diario, plichi di lettere, pagine di una biografia.
Così, con la “scusa” del ricordo del nonno e del recupero dei vecchi ferri (tanto per mettere sul bolg la foto di oggetti -‘cose’- che molti magari non conoscono) ho finito con lo scrivere un post che parla di un lavoro sempre meno diffuso, che a mio giudizio non è soltanto un mestiere ma una vera arte.