Auguri e … al prossimo anno!

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La parola data

Mi è capitato due giorni or sono tra le mani un mio vecchio libro di favole delle scuole elementari (Gli animali nella favole di ieri e di oggi – Ed. Giunti). Era su uno degli scaffali alti della libreria e, mentre spostavo volumi da una parte all’altra per pulire e spolverare, me lo sono visto davanti. Lo prendo e…zac…si apre subito alla pagina di una favoletta che si intitola “La parola data” (di Giuseppe Fanciulli).
L’ho letta e mi ha fatto riflette alquanto, anche su alcune situazioni attuali…

Un lupo affamato uscì dal bosco e arrivò fino alle case degli uomini.
Dalla finestrina di una casuccia uscivano le grida di un bambino imbizzito, e il lupo disse fra sé:
“Come mi piacerebbe non far gridare più quel bambino!” e si leccava le labbra.
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Giusto in quel momento una vecchia, dentro alla casuccia, diceva:
– Bada bambino, se non smetti di piangere, ti darò al lupo!
“Benissimo…” pensò il lupo ” è proprio quello che cerco io”.
E si mise a sedere, perché era inutile andare a cercare più lontano quello che ormai era tanto vicino. Bastava aspettare.
Aspetta, aspetta, si fece notte e nessuno gli portava il bambino. Forse si erano tutti addormentati.
Ma verso la metà della notte, si udì il bimbo piagnucolare, e la vecchia gli diceva:
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– Non piangere, bambino mio, tesorino mio. Non ti darò al lupo; anzi, se viene lo ammazzeremo col fucile di tuo padre.
Il lupo brontolò: “Che gente! Si vede che qui non usa mantenere la parola data”.
E malinconicamente tornò verso il bosco.

Amicizia

Questa settimana ho avuto modo di incontrare diverse persone, sia per lavoro che per piacere, e di rivederne alcune dopo parecchio tempo. Tanti discorsi, per la maggior parte non esenti da un senso di incertezza, precarietà, timore…per molte cose che vanno in un modo che non piace ma su cui pare di non avere alcun controllo, nessuna maniera di intervenire.
Avrei voluto parlare di libri e cinema, ma al momento di mettere in parole ciò che avevo in testa mi sono accorta che mancava totalmente l’ispirazione, la voglia di scrivere di questi argomenti, perchè mi erano rimasti dentro come un disturbante rumore di fondo gli strascichi dei discorsi fatti, quel senso vago di tristezza e impotenza. Mi sono chiesta se ci fosse un antidoto a tutto ciò e l’unica cosa che mi è venuta in mente è stato il titolo di questo post, ovviamente scritto con la “A” maiuscola.

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Web: opportunità e rischi per i nostri figli

Dopo una vacanza ben più lunga di quella che ci si può concedere in estate, motivata-causata da una serie di impegni lavorativi che mi hanno tenuta lontano dalla rete, ParoleImmaginiCose torna e ospita un amico, Paolo Rossetti.
Paolo, ingegnere Sistemi Informativi e Management, padre di tre figli in età scolare, è presidente dell’associazione di promozione sociale La Forma del Cuore con cui porta avanti alcuni progetti dedicati proprio al mondo dei ragazzi, alle loro problematiche dentro e fuori dalla scuola.
In particolare, in questo post vogliamo intervistarlo riguardo ad un’iniziativa mirata alla sicurezza dei ragazzi sul web e realizzata con un gruppo di web e graphic designer appassionati di nuove tecnologie e didattica. Si tratta del sito www.okkioallacaccasulweb.it:

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Cos’è Okkio alla CACCA sul Web?
E’ un sito creato da genitori con competenze informatiche, esperti nell’organizzare e rendere fruibili le conoscenze sulla sicurezza dei minori e le opportunità della rete. Vuole essere un punto di orientamento sui principali temi legati alla sicurezza dei ragazzi sul web e mira a dar vita ad un movimento di genitori su questo tema complesso ed estremamente vasto.
Rischi ed opportunità del web sono strettamente correlati. Oltre ad informare sui rischi, il sito vuole anche offrire spunti per attività interessanti, divertenti ed educative tra genitori e figli (che si trovano nella sezione CHICCHE).
Okkio alla CACCA sul Web si propone come punto di informazione e di aggregazione. Tre associazioni milanesi si sono già unite all’iniziativa fornendo il loro contributo e si spera che molte altre si aggiungano nei prossimi mesi.

Da dove nasce l’idea del sito?
L’idea è nata da una considerazione tanto semplice quanto fondamentale: i genitori devono riappropriarsi del ruolo di educatori dei loro figli, anche su un tema molto complesso come le nuove tecnologie. Come genitori non possiamo sperare che qualcuno lo faccia per noi.
Dato che ogni esperto spesso vede la realtà solo dal suo parziale punto di vista e spesso secondo propri fini, serve che i genitori si attivino e collaborino tra loro scambiandosi informazioni, esperienze, consigli…
Il sito nasce come strumento di condivisione tra genitori e, in generale, persone interessate al tema, raccogliendo ed organizzando le innumerevoli informazioni sull’argomento in cinque categorie di rischi. L’obiettivo è quello di aiutare i genitori ad orientarsi nel mare del web e ad imparare assieme ai figli a non affogare.

Come vi è venuto questo nome “curioso”?
Cercavamo un nome che si potesse ricordare facilmente e che fosse immediatamente indicativo del contenuto del sito. Abbiamo messo un monito (okkio), specificato a cosa fare attenzione (CACCA) e il luogo in cui si trovano le cose a cui stare attenti (sul web). La parola CACCA è composta dalle iniziali delle categorie che abbiamo considerato a rischio: Contenuti, Attenzione, Comportamenti, Contatti e Acquisti.

In qualità di ingegnere Sistemi Informativi puoi essere considerato un “papà” esperto di web e relative trappole. Quali ritieni possano essere i problemi a guidare i figli sul web per genitori non esperti?
Uno dei problemi principali sta secondo me nell’ampiezza del tema della sicurezza online e nel fatto che è molto complesso orientarsi ed informarsi in quanto le informazioni sono sparse in numerosissimi siti (spesso solo in lingua inglese). Inoltre le problematiche richiedono esperienze interdisciplinari.

Avete in programma altro oltre il sito web?
Abbiamo in cantiere una serie di progetti, iniziative editoriali, … la questione semmai è trovare le risorse per realizzarli…
Per restare nell’ambito di ciò che già si sta facendo, ci sarà un incontro in una scuola sabato 21 novembre (ore 9:30, Istituto comprensorio di Borgonovo Val Tidone e Ziano Piacentino – si veda locandina in fondo al post) durante il quale il team di Okkio alla CACCA sul Web presenterà ai genitori il progetto, proponendo loro, appunto, di riappropriarsi di un ruolo educativo e fornendo strumenti e metodi per parlare coi ragazzi di questo tema tanto importante che è l’uso del web in maniera “sana” e sicura. Parleremo dei rischi ma con la consapevolezza che il web è una delle tecnologie più potenti mai inventate dall’uomo e che come genitori possiamo e dobbiamo fare qualcosa per aiutare i nostri ragazzi a governare questa tecnologia traendone il meglio.

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Il bosco “delle memorie”

Solitamente posto di giovedì, ma questa volta dovevo postare proprio il 10 Luglio, che quest’anno non è di giovedì.
Se avete quarant’anni o più, molto probabilmente questa data vi dice qualcosa. E’ qualcosa di brutto e spiacevole, ma che non necessariamente ha segnato in maniera particolare le vostre vite. Io, però, sono di Seveso, anno di nascita 1973, e questa del 10 Luglio 1976 è una data che ha lasciato un segno, una di quelle che non si dimenticano.
Quel giorno, dall’Icmesa (una fabbrica di proprietà del gruppo svizzero Givaudan Hoffmann-La Roche) si sprigionò una nube tossica, contenente principalmente 2,3,7,8-tetraclorodibenzo-p-diossina (TCDD) o, per i non addetti ai lavori, semplicemente diossina:
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Al confine tra il terriotorio di Seveso e quello di Meda, è nato alcuni decenni or sono il Bosco delle Querce, un parco sorto sull’area dell’Icmesa, voluto anche come luogo della memoria.
Stamattina, complice il caldo meno forte e un’arietta piacevole, mi sono recata lì. Volevo passeggiare un po’ e “rinfrescarmi la memoria”.
Prima di procedere col bosco, però, torno un’attimo in dietro. Dopo il “disatro di Seveso” per i bambini socializzare con “non sevesini” fu più difficile e la difficoltà era proporzionale alla distanza dal luogo: se un genitore di Cesano Maderno (giusto per fare un esempio) si preoccupava poco di lasciar giocare suo figlio con te, uno di Rimini, Viareggio, Tropea…  (sempre per fare degli esempi a caso) ne era quasi terrorizzato. Sì, perchè “si sapeva” che la diossina era mutagena, teratogena, cancerogena. Poco importava avere un’idea seppur vaga di cosa questa misteriosa diossina fosse e ancor meno importava che per bambini di 5 o 6 anni che giocavano insieme il pericolo che un feto risultasse danneggiato era quantomeno improbabile! Ancor meno propabile, mi sento di dire, che la contaminazione da diossina (anche dopo anni dal disastro) potesse passare da un bambino all’altro per semplice “esposizione” e causare mutazioni nel bambino in origine “non contaminato”. Credo che ciò che scrivo, oggi, sembri fantascienza a molti, anche se magari si occupano di amministrazione o di legge e non sono per nulla scienziati. Allora però era la reltà dei fatti. All’ignoranza (davvero enorme e dilagante) si aggiungevano le battute “simpatiche” di chi invece sapeva ma pensava di farci una risata sopra. Molti anni dopo, matricola alla facoltà di chimica, mi sentivo rivolgere battute sulla diossina, Seveso e L’icmesa (tanto ormai la cosa era capitolo chiuso e certo non potevo prendermela per una battuta!).
Per risolvere il problema di avere bimbi con cui giocare durante le vacanze al mare, mia madre (saggia, come spesso sono le mamme) mi disse dire non più che venivo da Seveso ma da Meda. Io ero assolutamente incapace di mentire, ma il ragionamento che mi fece mi convinse: i miei nonni stavano a Meda, io passavo da loro la quasi totalità del mio tempo, quindi alla fine quella non era una menzogna (dell’ufficio anagrafe, la residenza e altre cose burocratiche allora ignoravo quasi l’esistenza). Problema risolto, i bambini con cui giocare tornarono in quantità. Era stato facile, era bastato sostituire una parola nel rispondere alla domanda: – Da dove vieni? Rispondevo Meda anzichè Seveso e il gioco era fatto.
A questo punto siamo pronti per tornare al Bosco delle Querce.
Dopo la scirtta sul muro e il cartello sul cancello
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si fanno pochi passi e si trova un altro cartello: si tratta di uno dei pannelli che raccontano gli accadimenti del Luglio 1976
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C’è chiaramente scritto “fabbrica Icmesa di Meda”.
Forse siete sorpresi, vi state chiedendo: – Ma come? Se tutto il mondo sa della diossina di Seveso? Se esiste anche una “direttiva Seveso” (addirittura europea)? Se ti bastava dire che venivi da Meda anzichè da Seveso per mettere in assoluta tranquillità i genitori dei bimbi con cui volevi giocare? Forse abbiamo capito male oppure quello che è stato detto non era la verità.
No, tranquilli, avete capito benissimo: l’Icmesa sorgeva proprio sul terriotorio del comune di Meda e a Seveso tutti lo sapevano (immagino che anche a Meda fosse cosa nota). E quello che è stato detto era comunque “la verità”.
L’ho imparato negli anni, la verità è la risultante di una somma vettoriale e, come tale, perchè vari anche di molto è sufficiente cambiare di poco i singoli vettori della somma.
L’economia, il commercio, la politica hanno una loro oggettività che spesso non coincide con l’oggettività della geografia o della scienza.
Esistono tante memorie, così come tante verità.
Se poi siete patiti della Verità assoluta (quella con la maiuscola, quella che rende liberi) potete sempre trovarla nel vangelo di Giovanni (Gv 8,32).

NOTA
Per chi volesse approfondire, riporto una bibliografia (miserrima, vogliate scusarmi).
C’è un libro del giornalista Daniele Biacchessi,“La fabbrica dei profumi” che lessi anni fa trovandovi interessanti spunti di riflessione.
Esiste anche un libro scirtto dall’allora sindaco di Seveso, Francesco Rocca, “I giorni della diossina. Seveso: la verità di un protagonista”. Questo non l’ho letto, ma vorrei leggerlo a breve e, chissà, magari parlarvene in un prossimo post.

La “Galleria” – Omaggio a Milano

La Galleria Vittorio Emanuele II (che per tutti i milanesi è la “Galleria” e basta), è stata restaurata in occasione di  Expo 2015 e riportata ai fasti originari.
Per qualche notizia su questa parte di architettura cittadina, riporto poche righe da Wikipedia, con link sul nome dell’architetto che la realizzò (nel caso in cui qualcuno, come me, non lo conosca in dettaglio e sia curioso di saperne di più):
“La Galleria Vittorio Emanuele II di Milano è un passaggio coperto cruciforme e con un largo spazio ottagonale all’incrocio dei bracci, che collega piazza Duomo e piazza della Scala e, tramite i due corti bracci perpendicolari all’asse principale, le due laterali via Silvio Pellico e via Ugo Foscolo. Fu progettata dall’architetto Giuseppe Mengoni e realizzata a partire dal 1865″.
Per valutare invece gli esiti del restauro, credo che la cosa migliore sia andarci di persona. Io l’ho fatto la scorsa settimana, poco prima del tramonto, e mi ha stupita, avvolta, rapita… A voi confermare o smentirmi!
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Siamo studenti o cittadini?

Procedendo senza demordere col riordino, sull’onda dell’entusiasmo derivatomi dalla lettura del libro di Marie Kondo, finito di sistemare vestiti-borse-scarpe…sono arrivata alle carte e ai ricordi. Ed ecco saltar fuori un vecchissimo numero del giornalino del Liceo Scientifico “M. Curie” (di Meda – MB, allora MI), che data Maggio-Giugno 1992, n.3.
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Lo apro, sfoglio, leggiucchio e mi imbatto in un articolo (IL MALE DELLA SCUOLA), che voglio integralmente riportavi di seguito, perchè mi sembra che le riflessioni contenute possano essere ancora attuali e anche perchè -lo confesso- allora leggendo sottolineai le ultime quattro righe di quell’articolo e, a distanza di oltre vent’anni, oggi risottolinerei le stesse (infantile, incurabile sognatrice, ottimista fuori moda? Fate voi). L’autore è un certo Stefano della classe 5^E di allora, che ammetto di non ricordare assolutamente. Però se per caso costui leggesse e si riconoscesse lo invito a farsi vivo.

Nello scrivere questo e i precedenti articoli, mi sono sempre chiesto a chi e per che cosa potevano servire; se, in sostanza, le riflessioni che trovano posto nel giornale della scuola potevano essere lo spunto per un coinvolgimento più ampio.
in realtà di partecipazione ce n’è stata molto poca, se non quasi nulla. Di fronte ad una situazione di questo tipo viene naturale accusare la mancanza di responsabilità, di interesse, di iniziativa di studenti che, essendo anche membri di una società non proprio ideale, un qualche interesse sulla realtà che sta fuori dalla scuola dovrebbero averlo.
Ma se una reazione di questo tipo è la più naturale, forse non è la più razionale.
Voglio dire che sarebbe opportuno tentare di capire le cause che stanno dietro ad un così diffuso, anche se indubbiamente non assolutizzabile, disinteresse. E fra tutte le cause presenti, una mi sembra particolarmente interessante e in genere poco analizzata: quella legata alla nostra formazione culturale.
Ritengo infatti che le ragioni di un tale stato di cose siano rintracciabili proprio nel modo in cui fin da bambini siamo stati educati, non solo dalla famiglia ma anche (ed è questo che a noi qui più interessa) dalla scuola. Voglio dire, cioè, che se adesso questa è la nostra mentalità (nel complesso poco sensibile alle problematiche sociali), probabilmente e generalmente è perchè di un certo tipo è stato il nostro percorso formativo, poco attento ad educarci su valori di cittadini oltre che di studenti.
Se per noi, cioè, è naturale vedere la scuola solamente come un luogo dove si va a studiare, dove si è interrogati e basta, ciò dipende dal fatto che per noi è sempre stato così; nessuno ci ha insegnato a vedere la scuola come un luogo dove è possibile un incontro di tipo alternativo a quello solito.
Proviamo ora a riflettere su un altro dato.
Nella gerarchia di doveri di un buon studente, indubbiamente lo studio occupa il primo posto; in altre parole la scuola ci insegna che per essere buoni studenti dobbiamo studiare e preparaci costantemente. Questo vuol dire, sempre per il bravo studente, far gravitare ogni sua altra attività intorno a quella che ritiene più importante, cioè lo studio, magari sacrificandone altre che, nella sua prospettiva, non solo non tornerebbero direttamente utili per il fine che si è proposto ma addirittura potrebbero togliere tempo alla sua attività primaria. E questo è un punto. Secondariamente, un tale stato di cose porta inevitabilmente, col passare degli anni, a cristallizzarsi su una tale gerarchia di valori, formandosi, cioè, una mentalità secondo la quale si arriva ad identificare il nostro “essere” con l’essere studenti, con tutta la gamma di prospettive che ciò comporta. Sempre nella nostra mentalità, quindi, l’impegno civile non potrà essere equiparato a quello scolastico, proprio perchè fin dagli inizi della nostra formazione non è rientrato nell’ambito dei nostri doveri.
Molto concretamente questo vuol dire che nessuno dovendo preparare una certa materia deciderà invece di partecipare, ad esempio, ad una assemblea o altro del genere (c’è sicuramente chi magari non studia per divertirsi, ma questo, evidentemente, non rientra nel nostro discorso). E questo capita in gran parte perchè il valore “impegno civile” nel corso della nostra formazione non ha acquisito la stessa importanza di quello “impegno scolastico”; magari qualcuno ha tentato di insegnarcelo ma tanto poi il voto per aver fatto qualcosa di concretamente utile per la società non lo prendevamo, mentre il quattro per non aver studiato sì. Si tratta quindi del sistema nel suo complesso che non funziona, e che occorre, pertanto, di una sostanziale modifica.
E’ ovvio che una considerazione di questo tipo non esaurisce la problematica della questione nè, per altro, vuole essere una sorta di deresponsabilizzazione per nessuno.
Si tratta, invece, di capire come la nostra società vuole formarci e vedere se, in fondo, questa netta separazione fra mondo e scuola non è forse un modo per non destare più di tanto la coscienza sociale che ciascuno di noi dovrebbe mantenere sempre viva.
E’ un dato di fatto inequivocabile che da quando mettiamo piede in prima elementare fino a quando usciamo dall’università le nostre uniche preoccupazioni ruoteranno intorno allo studio e se qualcuno tenta di affacciarsi fuori da questo sistema lo fa a suo rischio e pericolo.
Ma questo discorso, in ultima analisi, porta a riflettere su noi stessi. Mi sono sempre chiesto cosa accadrebbe se ciascuno di noi decidesse di agire in modo un po’ più concreto nei confronti della realtà in cui vive. Cosa accadrebbe se ci convincessimo che quella di una società immutabile è solo un’illusione, una falsa verità insegnataci da qualche decrepito pessimista. Forse cominceremmo a cambiare prima di tutto noi stessi. Da questo a cambiare la realtà che ci circonda il passo è breve, più breve di quanto si possa pensare.